Come ben sappiamo, da inizio marzo, il Governo italiano ha approvato una serie di provvedimenti per contrastare la diffusione del Coronavirus in Italia. Una delle misure più restrittive, imposta su tutto il territorio nazionale, ha riguardato gli spostamenti delle persone. E’ stato richiesto ed è stato necessario restare a casa.

Una misura di tale portata ha prodotto grosse conseguenze sulla vita sociale dei cittadini italiani.

In particolare, possiamo affermare che ci sono stati e ci sono attualmente (come nella provincia di Pesaro Urbino in cui noi viviamo e in cui si verificano ancora casi di positività al Covid-19) degli impatti psicologici di questa forma di isolamento sulle popolazioni colpite dal Coronavirus. Nel nostro territorio il lockdown è partito prima che in altre Regioni, in quanto i contagi e i decessi erano significativamente più alti che nelle Regioni limitrofe, eccezion fatta per la provincia di Rimini. Questa forma di isolamento ha avuto impatti psicologici importanti sulla nostra popolazione.
L’effetto più grande sta nel fatto che ci viene chiesto un radicale cambiamento dello stile di vita quotidiano: ogni giorno ci viene chiesto non di fare più cose, come la società moderna ci ha abituati a fare, generando il cosiddetto ‘stress’, ma di non fare, di ‘restare a casa’, cioè viene inibito un comportamento quotidiano spontaneo che caratterizza la nostra vita da sempre, creando una serie di disagi sociali, psicologici e fisici, dati dall’isolamento dalle altre persone e dalla mancanza dei benefici dello stare all’aria aperta.

Tutto questo può avere delle conseguenze sul piano psicologico, a cominciare dal nostro rapporto con la paura.
In questo contesto di incertezza e preoccupazione, la paura può essere funzionale, perché si può trasformare in attivazione e maggiore attenzione, per esempio nel rispetto dei protocolli di igiene, come lavarsi le mani e indossare i dispositivi di protezione individuale. I problemi possono però verificarsi in quelle persone che hanno maggiori difficoltà a gestire di disturbi d’ansia; infatti nel protrarsi del tempo e con l’evolversi della situazione diventa stressante uscire per una percezione del pericolo costante che rende l’ambiente esterno alla propria casa ‘vissuto’ come pericoloso e quindi ansiogeno. Il soggetto così percepisce il desiderio di restare tra le mura domestiche, protetto dalla propria famiglia. Diversa è la situazione per chi vive da solo e per le persone anziane che subiscono una deflessione dell’umore, dove l’ansia si mescola a stati depressivi dovuti all’isolamento.

Nelle popolazioni analizzate dopo giorni di quarantena durante epidemie di malattie come Sars, Ebola o influenza H1N1, gli studi riportano in generale sintomi psicologici come disturbi emotivi, depressione, stress, disturbi dell’umore, irritabilità, insonnia e segnali di stress post-traumatico.

Un rischio nel futuro prossimo è che, passata questa crisi, potremmo trovarci molti casi di DPTS (disturbo post-traumatico da stress) tra le persone che hanno vissuto la quarantena da sole o tra le persone più soggette a disturbi d’ansia e depressione (in questi casi si consiglia di consultare prima possibile uno specialista), oltre a casi di cosiddetto ‘burnout’ tra il personale che era in prima linea nel contrastare l’emergenza Coronavirus.

Virus e bambini

Si sa comunque ancora poco sugli impatti psicologici e fisici che i periodi di quarantena possono avere sui bambini, che in queste settimane sono costretti a restare in casa, lontani dalla scuola.

Altre fasce della popolazione più a rischio sono gli anziani, i cittadini con malattie croniche e le persone che già soffrono di disturbi mentali, anche lievi.

Altri studi scientifici portano a ipotizzare il rafforzamento, sotto quarantena, di diversi cosiddetti “stressor”, ossia di quegli stimoli esterni che sono fonte di stress. Tra questi, i più diffusi sono la durata della quarantena, la paura di essersi contagiati e quella di poter contagiare gli altri, in particolare i propri familiari, la noia, la frustrazione e l’essere privi di beni necessari, non solo alimentari o per la salute, ma anche immateriali, come quelli legati all’informazione (la cosiddetta ‘mancanza di chiarezza’).

Esistono poi degli “stressor” che aumentano il rischio di mostrare difficoltà psicologiche una volta finita la quarantena. In particolare, gli effetti causati dalle perdite economiche. Non vanno inoltre sottovalutati i problemi legati ai disturbi alimentari.

Adesso nella cosiddetta ‘Fase 2’ di allentamento delle misure restrittive, alcuni elementi come la mancanza di controlli, l’impressione che non ci siano più le forze dell’ordine a presidiare il territorio, può trasmettere alle persone una mancanza di tutela, con la percezione del pericolo allentata, producendo così l’idea di precarietà della persona. Ciò può provocare l’acuirsi di disturbi d’ansia, di ipocondria, di disturbi legati all’ansia e all’asocialità.

E’ necessario ribadire che, dopo il 4 maggio, le misure di sicurezza non sono terminate, è stata alleggerita la morsa della chiusura per motivi economici, legati alla tenuta del Paese, ma il contagio continua a correre. Siamo ben lontani dalla cosiddetta ‘normalità’.

Per concludere…

In questi giorni mi sto occupando del monitoraggio dei pazienti attuali, ma nel giro di pochi giorni lo studio verrà riaperto.
Prima verranno assicurati sanificazione e igienizzazione degli ambienti, dispositivi di protezione individuale per me e per i pazienti, nel rispetto di quanto comunicato dal nostro ordine professionale.
L’apertura verrà comunicata a breve, ma sarà molto probabilmente il 18 maggio, e sarà possibile prendere appuntamento, previo contatto telefonico.

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