Un percorso psicologico può svilupparsi in più fasi, come suggerisce la mia esperienza professionale.

Una prima fase individuabile è senza dubbio il riconoscimento, da parte della persona, di una criticità nella sua vita. Il riconoscimento e la presa di coscienza è un primo momento che possiamo definire complesso.

Una seconda fase è la presenza al colloquio conoscitivo col terapeuta. Il fatto di aver preso un numero di telefono, di recarsi nello studio è un momento critico, che fa parte di un viaggio di costruzione della consapevolezza.

Una terza fase è quella conoscitiva, per il paziente, del terapeuta. Il terapeuta non è un farmaco, ma una persona con cui entrare in relazione.
Solitamente in questo momento indico al paziente un tempo stabilito per permettermi di fare l’analisi della domanda e di valutare le risorse ambientali di cui dispongo, come per esempio vedere un familiare del paziente. In media, con un colloquio a settimana nell’arco di un mese, si riesce a creare una proposta di percorso terapeutico, ovvero propongo una frequenza più o meno blanda di incontri o propongo un setting diverso (per esempio incontrare il paziente con la madre, o con il figlio, ecc.).
La proposta di terapia viene quindi elaborata col paziente finché non si stipula un ‘contratto terapeutico’, con l’obiettivo finale della promozione dell’autonomia e della serenità della persona.

Un percorso psicologico spesso può essere lineare

Voglio precisare che rivolgersi a uno psicoterapeuta non significa perdersi in un percorso infinito; il contatto potrebbe anche limitarsi a uno solo o due incontri. Spesso, ne sono consapevole, si ha la paura di essere risucchiati in un vortice, ma è bene chiarire che il terapeuta fornisce delle consulenze.
Ogni percorso è personalizzato; a fronte di una difficoltà o di uno stato emotivo momentaneo anche un solo colloquio col terapeuta può aiutare a far chiarezza.
Il percorso terapeutico è uno strumento che una persona può avere come competenza in più nel suo percorso di vita.

Parliamo inoltre spesso di setting

Una volta, si riteneva che un setting a favore della regressione del paziente, dove poteva rilassarsi, fosse l’ideale (per esempio, il famoso ‘lettino’ del terapeuta). O magari c’era il salotto per la famiglia in casi di terapie familiari.
Oggi non esiste più un setting ideale, ma spesso viene deciso dal terapeuta in base al lavoro che deve essere svolto. Di sicuro il setting deve essere un luogo accogliente, dove il terapeuta dimostra la sua accoglienza nei confronti del paziente, perché in quel momento, in quell’ora, in quel tempo il terapeuta è completamente a disposizione della persona che richiede aiuto. La sua attenzione, il suo pensiero, il suo studio esiste per la persona che ha ‘in carico’ in un tempo dedicato esclusivamente al paziente.

Col terapeuta non si instaura una relazione di amicizia, ma ci si sente presi in carico, il paziente non sa nulla della vita dello psicologo, non ha bisogno di sapere nulla anche se in alcune fasi della terapia accade inevitabilmente che sappia qualcosa. Tuttavia deve rimanere attiva una situazione in cui la persona sempre si sente a suo agio nel dire di sé qualsiasi cosa a qualcuno che è in grado di capirla.
L’obiettivo per lo psicologo è arrivare, attraverso i colloqui conoscitivi, dopo un po’ di tempo ad avere il setting ideale, ovvero dove la persona si senta al sicuro, sorretta psicologicamente ed emotivamente da qualcun altro che sia capace di sostenerla.
Un conto è raccontarsi agli altri, a un amico, a un familiare, e non sapere come viene gestita quell’informazione, mentre di sicuro so come viene gestita un’informazione, un’emozione da uno psicoterapeuta.

Per maggiori informazioni sul percorso terapeutico puoi contattarmi ai recapiti che trovi nella sezione contatti.

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